Mario Ermito: “Sono un ribelle rispettoso del giusto”

Che momento è della vita?

Bellissimo. Sono felice nel vedere i frutti del duro lavoro e dei sacrifici. Riconosco la tenacia e la caparbietà che ho avuto. Io ho sempre creduto in me, ho insistito anche quando gli altri mi snobbavano. 

Hai detto: Il primo film visto insieme a papà è stato Per un pugno di dollari e sognavo di diventare come Eastwood. Ero bambino e mi affascinava più diventare bandito che attore. E’ rimasto quello il sogno?

Direi di sì! Poi in Sette spose per sette fratelli ho interpretato un cowboy, quindi un minimo ci sono riuscito (sorride, ndr). 

Tuo padre ti aveva capito?

E’ stato il mio primo fan. In quinta elementare, quando mi trovai a prendere parte al musical Grease, nel momento in cui lui mi vide disse: “Tu sei nato per fare questo”. 

Hai detto: Da piccolo ero timido. Crescendo ho sempre difeso i più deboli. Non mi sono mai sentito un capo ma un leader che fa parte del gruppo e unisce. E’ rimasto tutto di quel bambino? 

Sì. Da bambino avevo dei difetti di pronuncia che poi ho smussato studiando, anche se mi è stato detto che era semplicemente una forma di pigrizia. Ero a protezione dei più deboli, mi prendevo responsabilità che non erano le mie perché davanti alle ingiustizie non riuscivo a girarmi dall’altra parte. Al contrario, non sono stato molto compreso e difeso. Me la sono sempre vista da solo, ma alla fine credo che questo mi abbia aiutato a stare al mondo. 

Molto presto hai lasciato Brindisi per andare a Milano. Hai detto: Mi sono imbattuto nel mondo degli adulti in giovane età. Sarebbe stato semplice perdermi. Quindi ho sacrificato tanti aspetti e tante cose. Alla fine è stato tutto ripagato?

Da un punto di vista artistico sicuramente. Ho fatto tanti sacrifici e da quando ho diciotto anni non ho mai smesso di lavorare. Credo di aver perso delle cose, ma ci sono sempre dei pro e dei contro. Uno dei contro, forse, è che la spensieratezza che serve per prendere la vita un po’ mi è mancata.

Sei il protagonista attuale del musical Rocky e più volte hai detto che ti ha cambiato la vita. Perché?

Quando mi è stato offerto questo ruolo, Luciano Cannito (il regista, ndr) mi aveva già scelto per Sette spose per sette fratelli. Mi spaventava solo una cosa: interpretando Rocky avrei rivissuto dinamiche della vita e della carriera che un po’ mi accomunano a Stallone. Io pensavo di aver superato tante crepe, invece le cicatrici si sono riaperte e non è stato facile. Questo personaggio mi ha un po’ spinto a fare psicanalisi. 

La rivalsa di Rocky hai detto essere anche un po’ la tua. Fin dall’inizio ho pagato il prezzo di avere un certo aspetto. Essere etichettato come bel ragazzo ha spinto molti a sottovalutarmi, a darmi per scontato. Ti sono dispiaciute certe critiche? 

C’è una scena in Rocky in cui gli dicono: “Vedi come ti hanno trattato? Volevano farti sentire un cretino!” e lui sottolinea che quelle parole non lo toccavano più di tanto. Alla fine, però, ammette: “Non è vero che quelle cose non mi toccano”. Ecco, io sono così. Spesso ho fatto spallucce ma tutte quelle parole mi hanno aperto delle voragini. Nasco come un ribelle rispettoso del giusto. Non mi sono mai piegato ai voleri di terze persone e ho sempre chiesto il perché delle cose anche quando era scomodo. La mia vecchia agente disse una volta che io non avevo talento, non sapevo cantare e avevo un difetto al labbro che non mi avrebbe fatto fare strada. Il mio attuale agente, invece, le rispose: “Ne riparleremo tra qualche anno!”

Il tuo progetto musicale è davvero forte e mostra risultati interessanti. Cosa ha Mario cantante che non ha il Mario attore?

Quando interpreto i personaggi metto sempre un po’ di me o della mia vita, soprattutto perché la scrittura è di qualcun altro. Quando canto, invece, sono autore di me stesso ed è diverso. Io ho iniziato un progetto musicale con la band La Scelta che fece Sanremo 2008. Loro hanno proposto di tirare fuori il mio mondo, quello che tenevo a raccontare. Così è nato ME, un album in cui racconto la crescita umana e professionale attraverso dieci brani in italiano e spagnolo.

La musica è inclusione, cultura, partecipazione come i temi portanti del Social Tour 2026 che ti vede tra i protagonisti. Cosa c’è bisogno di far capire ancora alle persone?

Questo evento nasce per promuovere l’inclusione. E’ un evento sociale dove non esistono differenze di alcun tipo. Lì contano solo gli esseri umani. Una delle mie canzoni racconta di questo, della vita tra ombre e luci. Io ho vissuto momenti di buio ma la musica è servita ad esorcizzare un disagio interiore che stavo vivendo trasformandolo in luce.

Tu hai detto: Il mio sogno non è la felicità, quella è fatta di attimi ma la serenità che dura. La felicità viene dall’esterno. La serenità è interiore. Sei sereno?

Ci sto lavorando. La serenità interiore va costruita e io penso di essere sulla buona strada. 

Intervista di Simone Lemmo, tratta dal settimanale Vero (28/05/2026)

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