Serena Brancale: “Con la musica ho scelto di non essere la versione più facile di me stessa”

Artista piena di sfumature, con un’anima sensibile che sa navigare nei mari più disparati, Serena Brancale sta per arrivare in giro per l’Italia con Sacro Tour

Hai detto: Un brano nasce dall’esigenza non solo di cantare, ma anche di raccontare qualcosa utilizzando la voce. Ho preso coraggio e ho fatto una scelta diversa. Fino a qui quanto sei stata coraggiosa?

Il coraggio per me è stato non semplificarmi. Ho scelto di non essere una cosa sola e di non farmi incasellare in un genere o in un’immagine precisa. Ho lavorato sulla mia voce, sulle mie radici, anche sul dialetto, non come un vestito da mettere o togliere, ma come parte di me. Essere coraggiosa è stato proprio questo: non cercare una versione più facile o più comoda di quello che sono. 

E’ uscito un nuovo singolo che condividi con Levante e Delia. Un incontro di talento e radici, vita e territorio. Un brano che suona come un ritorno a casa e come una festa senza fine. Cosa provi quando torni al tuo paese?

Malinconia. Perché vedo casa di mia madre intatta con il suo profumo dentro. E poi mio padre, mio fratello, mia sorella che sta crescendo i figli. Ho la sensazione di star perdendo tanto, anche se loro mi capiscono. Ogni volta che torno, però, ritrovo casa e i luoghi dell’anima.

Hai detto: Da Bari prendo spunti: guardo e ascolto i miei che parlano barese, faccio passeggiate per Bari Vecchia, vedo cosa sta diventando. Cosa sta diventando?

Bari la vedo come una città viva. Resta fortissima nelle sue radici, nel dialetto e nelle persone che la abitano da sempre, ma allo stesso tempo cambia, si trasforma, si mescola con nuove energie e nuove generazioni. Per me non è una città che perde la sua identità, perché tradizione e contemporaneità convivono. 

Questo tuo nuovo disco, che si intitola SACRO, racconta chi è diventata Serena. Con cosa sei riuscita a fare pace?

Ho tolto di dosso tanti dubbi che non mi facevano vivere in maniera leggera e adesso mi godo il viaggio. Ho sbagliato tante volte a non averlo fatto prima, mi sentivo giudicata perché provenendo da studi più classici era difficile pensare di poter fare delle cose miste. Tre anni fa volevo ballare, mettere una cassa in quattro all’Auditorium ed è lì che ho sentito l’esigenza di cambiare tutto. 

A Sanremo 2026 hai presentato Qui con me, una lettera intima dedicata alla tua mamma, un dialogo tra memoria e luce. Di cosa è fatta questa luce oggi?

Di ricordi. Mi guardo le mani, il sorriso, e vedo mia madre. Ci sono cose che non sopportavo del suo modo di parlare, e ora sono diventata esattamente come lei. Dico a mio fratello che ha 23 anni le cose che diceva lei. La mia voce inizia ad assomigliare tanto alla sua. 

Hai detto: Il dolore ti rende fragile, quindi non ne parli mai. Eviti di parlare del dolore perché è meglio cantare la felicità. Ho sempre cercato di procrastinare il momento giusto per affrontarlo. Cosa ti ha fatto capire che quello era il momento giusto?

Questo brano nasce da un’esigenza fortissima di raccontare qualcosa di completamente vero, intimo, dedicato. Non è una canzone scritta per strategia o per altre ragioni: è nata perché sognavo di tornare a Sanremo con un pezzo che mettesse in evidenza una parte diversa di me, qualcosa di emotivo e semplice, dove la voce fosse protagonista. È una lettera che a un certo punto ha trovato la sua musica. 

Nel dolore che cosa sei riuscita a trovare?

Nel dolore ho trovato una verità che prima forse non riuscivo a dire. Con la perdita di mia madre, ad esempio, ho capito che il silenzio e la mancanza potevano diventare musica. Con “Qui con me” ho costruito una lettera, un dialogo che continua, una presenza che non finisce; invece in “Maria”, la prima traccia di Sacro, la ricordo come se fosse una festa, perché alla fine lei era così. Il dolore non è sparito, ma si è trasformato in ricordo, in legame, in qualcosa che posso cantare.

Il nuovo album espande questo racconto. È un lavoro che parla di radici e spiritualità, di appartenenza e libertà, di carne e anima. Che rapporto hai con la spiritualità? 

Per me è sacro perché dentro c’è la famiglia, c’è una canzone scritta con mia sorella lasciata nella sua nudità originaria, senza mediazioni di studio. È sacro perché convive con il jazz, con un’idea di musica che non resta confinata in un genere ma lo attraversa. È sacro anche nel suono della parola stessa, che è breve, compatta, quasi piena. Non ha a che fare con la religione, ma con una forma di riconoscimento interno. È un equilibrio tra corpo e anima, festa e spiritualità.

Per continuare, invece sei più carne o anima? 

Io non credo si possano separare. Sono entrambe le cose. La carne è la vita, il corpo, la musica che ti fa muovere e ti fa stare con gli altri. Io sono molto fisica, vivo la musica col corpo, con la pelle, con la parte istintiva. Però allo stesso tempo c’è una parte molto interiore, più silenziosa. Non riesco a scegliere: se togli una delle due cose, non sarei io. 

Che rapporto hai con i sogni? 

Sogno spesso e mi alzo quasi sempre divertita. Sogno quello che voglio realizzare da qui ai miei prossimi 5 anni ma in mezzo trovo amici, mia madre, cani, figli. Sono sogni confusi ma molto realistici, spesso immagino quei pensieri che tengo per me, dubbi che risolvo a parole.

Intervista di Simone Lemmo, tratta dal settimanale VERO (28/05/2026)

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