Saverio Ferrara: “La vera scoperta non è il mistero, ma ciò che ci costringe a diventare”

Imprenditore di giorno, scrittore di notte. Saverio Ferrara è una di quelle figure difficili da incasellare: da oltre trent’anni opera nel mondo dell’edilizia, ma è nella scrittura che trova lo spazio per esplorare ciò che non si vede.

Dopo l’esordio con Un esoterico amore, torna con La conoscenza proibita, pubblicato da Graus Edizioni, un romanzo che mescola neuroscienza, spiritualità e introspezione, accompagnando il lettore in un viaggio tra coscienza e inconscio.

Al centro della storia c’è Simone, uno psichiatra radiato dopo un evento traumatico, e Ginevra, giovane psicologa con cui sviluppa un legame che sembra andare oltre la logica. Un rapporto che diventa il cuore di una narrazione intensa, dove il vero mistero non è ciò che accade, ma ciò che accade dentro.

“La conoscenza proibita” nasce da un confine molto sottile tra scienza e spiritualità: da dove parte davvero l’idea di questo romanzo? C’è stato un momento preciso o un’esperienza personale che ha acceso la scintilla?

Nasce da una convinzione precisa: per me scienza e spiritualità non sono opposti, ma devono convivere e condividere lo stesso percorso. L’idea prende forma proprio da questo confine sottile, dove la razionalità incontra qualcosa che non si può misurare, ma solo vivere. “La conoscenza proibita” nasce esattamente da lì.

Il protagonista Simone è uno psichiatra radiato, segnato da un evento traumatico. Quanto ti interessava raccontare la fragilità di chi, per professione, dovrebbe “curare” gli altri?

Volevo mostrare che chi cura non è immune dalla fragilità e che la terapia non è solo tecnica, ma soprattutto empatia. Senza empatia non si accede davvero all’inconscio del paziente.

Nel libro emerge spesso il tema del confine tra vita e morte. Secondo te è un limite invalicabile o qualcosa che, in qualche modo, possiamo davvero sfiorare?

Nel romanzo lo vedo come un confine sottile, non invalicabile. Non credo sia qualcosa che possiamo superare, ma è un limite che, in certe condizioni, possiamo arrivare a sfiorare e percepire.

Il rapporto tra Simone e Ginevra è descritto come una connessione quasi primordiale. Quanto conta, nella tua visione, l’idea che alcune persone siano destinate a incontrarsi?

Credo che alcune persone siano destinate a incontrarsi, non per caso ma per un richiamo più profondo, quasi primordiale. Sono incontri che non si spiegano, si riconoscono. Il rapporto tra Simone e Ginevra nasce proprio da questo: qualcosa che va oltre la logica e appartiene a un livello più essenziale dell’esistenza.

Sei un imprenditore e allo stesso tempo uno scrittore che indaga dimensioni invisibili. Come convivono dentro di te razionalità e spiritualità, e quanto questo equilibrio ha influenzato la scrittura del romanzo?

La razionalità mi dà struttura e concretezza, la spiritualità mi spinge oltre ciò che è visibile. Non sono in conflitto, si completano. Ed è proprio questo equilibrio che ha guidato la scrittura del romanzo e le mie giornate quotidiane.

Senza fare spoiler, nel libro c’è una “terribile scoperta” che cambia tutto. Ti chiedo: cosa ti interessa di più raccontare, il mistero in sé o le conseguenze che questo ha sull’animo umano?

Mi interessa molto di più ciò che quella scoperta provoca. Il mistero è solo l’innesco. Sono le conseguenze sull’animo umano a fare la differenza: lì emergono paura, verità e trasformazione. Perché alla fine non è ciò che scopriamo a cambiarci davvero, ma ciò che quella scoperta ci costringe a diventare.

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