A Milano il teatro sociale esce dall’ombra e diventa protagonista. Il 9 e 10 maggio 2026, nella Sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini a Milano, la compagnia Minima Theatralia diretta da Marta Marangoni porta in scena “The Mary Shelley Picture Show – Il dietro le quinte di Frankenstein”.
Ottanta cittadini-attori di ogni età, provenienza, identità di genere e abilità, accanto ad artisti professionisti – come Elio De Capitani, Cristina Crippa, Loris Fabiani e Ginestra Paladino.

Per l’occasione abbiamo incontrato Rajae Bezzaz, conduttrice, giornalista e personaggio televisivo, che si è raccontata a cuore aperto tra vita e carriera.
Come sta? Che momento è della vita?
Sto bene, grazie al buon Dio. E’ un momento dove mi auguro ci possa essere un cambiamento giusto, bello. Sono estremamente positiva e contenta, direi che è un anno in fermento.
Di lei hanno scritto: “C’è una parola che torna spesso parlando con Rajae Bezzaz: empatia. Non come concetto astratto ma come postura davanti alla vita.” Si ritrova? E’ una persona empatica?
Totalmente, l’’empatia mi accompagna sin da piccola; è una capacità che mi ha trasmesso la mia famiglia, al quale sono saldamente attaccata e che cerco di esercitare tutti i giorni continuando a godere dei suoi benefici, a differenza di un mondo che francamente, spesso e volentieri, pecca un po’ di mancanza di empatia. Ci sono sempre più spinte verso l’indifferenza e rischiamo di finirci dentro. Quindi si, mi ci ritrovo e anzi voglio continuare ad allenarla costantemente.
Di lei dicono: “Rajae Bezzaz osserva, assorbe, trattiene. Lo fa quando parla del lavoro, dei personaggi che interpreta, delle persone incontrate grazie a Striscia la Notizia, della sua famiglia, del Marocco, dell’Italia, dell’infanzia, dell’amore. In lei convivono molte identità e molte spinte diverse”. Cosa ha fatto di più della vita tra le tre cose elencate?
La spugna (ride, ndr). Una spugna che sa scegliere cosa trattenere e cosa lasciare andare via. Sono una persona che osserva molto la realtà; sono amante degli esseri umani e di conseguenza è uno dei miei sport preferiti. Sono molto curiosa, mi piace esserlo e mi piace guardarmi intorno ed è un tratto che mi accompagna da sempre. Questa mia curiosità mi ha portato a voler cercare, comprendere, capire ed è una delle mie più grandi fortune. Mi ha fatto mettere in discussione, avere la capacità (non sempre facile) di cambiare anche idea, di essere propositiva al cambiamento, non avendo sempre la verità in mano. Viviamo in un mondo che è in continuo cambiamento e questo mio modo di essere sicuramente ha contribuito a salvare questa parte di me, cosi importante e alla quale sono particolarmente grata.

Quando l’ho intervistata la prima volta mi ha dato l’idea di una persona in viaggio, in divenire, in continuo transito. Ho avuto la giusta percezione?
Giustissima! L’essere in viaggio è ormai diventato il mio motore, quello che mi spinge ad essere sempre in movimento, alla ricerca della scoperta, della comprensione, dell’evoluzione ed elevazione perché credo fortemente nella conoscenza del mondo, della cultura. Certo, capitano anche a me dei periodi dove sono più stanca o meno propensa a questo continuo spostarsi, ma sono abbastanza superabili; anzi poi la voglia di muoversi prende il sopravvento, e si ricomincia a viaggiare verso se e l’altro! Quindi posso dire che non è cambiato nulla nel frattempo e soprattutto in questi ultimi trentasei anni. (ride, ndr)
Lei che il mondo lo guarda, lo comprende e lo racconta, oggi come lo vede? Cosa le piace e cosa le fa paura?
La paura non è la mia metrica, non mi muovo in base a questa; può essere utile in certe situazioni, a me per esempio aiuta a riflettere, ragionare evitando magari di fare salti nel vuoto. Deve esserci ma non deve frenarci. Per quanto mi riguarda sarebbe un peccato perdere quest’apertura verso il mondo e le persone a causa della paura. Mi dispiace quando ciò succede e vengono meno quella vitalità e speranza. Ecco questo mi spaventa, l’essere completamene disillusi, senza futuro e il non credere più in se stessi. E’ una chance questa vita, va vissuta e va fatto nel modo meno passivo possibile. Quello che invece mi piace sono le sfide moderne che stiamo affrontando. Stiamo vivendo un’epoca caratterizzata in particolar modo da IA, che da una parte può spaventare tantissimo ma, come ci suggeriscono anche i tanti esperti bisogna conoscere e sapere utilizzare queste nuove tecnologie e di questo parlo spesso anche nel mio programma a R101. Siamo in un momento storico segnato da grandi cambiamenti e a me piace farne parte!
Nata in Libia nel 1989, appena due mesi prima che il mondo cambiasse per sempre il suo assetto. Cresciuta fino a 9 anni in Marocco e poi l’Italia. Anche nel bel paese continua l’itinerario: Lucca, Bologna, Catanzaro, Ostuni, Roma, Milano. Oggi la sua personalità in che modo porta dentro tutte queste sfumature?
Mi rendo conto che l’aver girato così tanto mi ha dato la possibilità di conoscere tutto, dal cibo alle varie tradizioni e mi sento molto fortunata nel poter “mashuppare” queste esperienze che inevitabilmente mi hanno arricchita. Ringrazio per questa possibilità, l’ essere nata in un momento, allora particolare, dove il mondo stava cambiando, i miei genitori che hanno deciso di andare a vivere in diversi posti, facendo si che io imparassi più lingue, sapessi affrontare questi stessi cambiamenti, imparando a vivere in bilico tra realtà che sono diverse, ma hanno anche tanto in comune. Questo mi ha permesso di convivere, fare l’equilibrista tra diversi mondi,
culture e non è affatto scontato.

Lei ha raccontato: “Con mia mamma siamo rientrate in Marocco durante la Guerra del Golfo. Lei mi racconta spesso di quel clima di costante pericolo e dell’impossibilità di espatriare con della valuta. Quei risparmi, frutto di una vita di sacrifici, li portava addosso, nascondendo persino i gioielli nei nostri pannolini di bambine pur di superare i controlli alla dogana.” Di quella infanzia, di quella lotta alla “sopravvivenza”, cosa custodisce oggi come donna e come essere umano che sta al mondo?
E’ stato un periodo complesso, mia madre mi racconta spesso di quel clima di costante pericolo e dell’impossibilità di espatriare con della valuta. Non avendo alternative, vendette ogni cosa trasformando i suoi averi in oro. Quei risparmi, frutto di una vita di sacrifici, li portava addosso. Ha dovuto negoziare con i funzionari, ingegnarsi e lottare per lasciare il Paese ed offrirci un’istruzione d’eccellenza in Europa e un benessere che lì ci era negato. A ripensarci mi commuovo e quando ho dei momenti no, dove magari non mi sento all’altezza, il mio pensiero va subito a lei, a quello che ha dovuto affrontare e questo mi da la giusta forza per andare avanti, un grande esempio di resilienza. E’ un po’ il mio faro, quando il gioco si fa duro!
Ha detto: “Nessuno può ritenersi immune: viviamo in un equilibrio globale talmente precario che le posizioni potrebbero ribaltarsi da un momento all’altro.” Come si combatte l’indifferenza?
Dando gli esempi. Un mio caro amico mi ha sempre detto che se fai un’azione e l’altro non la comprende perché non dispone ancora degli strumenti o non si comporta come ci si aspetta, l’aspettativa è un guaio. Per questo bisogna fare, la gente impara attraverso gli esempi, anzi fin da piccoli noi assimiliamo guardando gli altri. E, se questo metodo non porta dei risultati, allora bisogna avere le spalle larghe al fine di affrontare qualsiasi tipo di reazione e nonostante questo continuare a dare sempre un esempio positivo.
A Milano c’è un progetto bellissimo: il teatro sociale. Il 9 e 10 maggio 2026, nella Sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini a Milano, la compagnia Minima Theatralia diretta da Marta Marangoni porta in scena “The Mary Shelley Picture Show – Il dietro le quinte di Frankenstein” sarà accanto a personaggi noti tra cui lei. Quanto è importante il concetto di teatro sociale oggi?
Ho davvero imparato tanto in questi anni con Minima Theatralia. Ho avuto modo di confrontarmi con modi e linguaggi differenti e cosa più importante del teatro sociale, aiutarsi a vicenda. Questo mi sorprende sempre positivamente, siamo in tanti a metterci a disposizione per un fine ultimo: continuare a sensibilizzare, apprendere,
divertirsi e non lasciare nessuno indietro. Ciò rappresenta, coincide con i miei valori che porto avanti da sempre e ritrovarli anche nel teatro porta ad un risultato per me straordinario e ne vale davvero la pena. Stupisce la diversità che viene portata sopra un unico palco, non è facile farla convivere, ma è un esperimento possibile. Un progetto riuscito che ci riempie di soddisfazioni anche grazie al pubblico e ai tanti feedback positivi che riceviamo al termine dello spettacolo. Si può fare!

Lei sottolinea sempre il concetto di “diversità” come valore aggiunto. Mi dice in cosa lei è diversa?
Ognuno di noi è diverso in base alla propria storia personale e famigliare, alle proprie origini. Non siamo e non possiamo essere la fotocopia di qualcuno, per fortuna! Per me il concetto di diversità è bellezza, accrescimento, cambiamento, qualcosa che non è nostro ma che cerchiamo di capire e accettare. Non tutto può o deve
piacere della diversità e meno male, però bisogna provare a dare il proprio contributo e cercare di conviverci al fine di un’accoglienza reciproca.
Se le chiedessi perché è un pezzo unico, cosa mi risponderebbe?
Fortuna che c’è un pezzo unico, pensa se ce ne fossero di più (ride, ndr). Mia madre dice spesso che ha buttato lo stampino dopo di me… (ride, ndr). Siamo tutti unici, rari e irripetibili!
Lei ha detto: “Dobbiamo sempre continuare a nutrire il bambino che abbiamo dentro”. A quella bambina che recita sopra il tavolo della cucina, oggi cosa direbbe?
Le direi di fare un buon lavoro perché non è più il tavolo della cucina (ride, ndr) ma il palco di un teatro con un pubblico e bisogna dare il massimo. Adoro il pubblico, amo il teatro e appena ho la possibilità ci vado e mi piace guardare gli attori, quelli bravi che ti fanno emozionare, immedesimare nel personaggio. Di recente sono stata a vedere lo spettacolo “Brotti! E non ridere che sei come loro! con la meravigliosa Manuela Zero; un inno alla fragilità umana e all’imperfezione, l’unica che ci rende davvero unici e liberi. Questo per dire che spesso gli spettacoli, i testi parlano e ci risuonano dentro e spero anche io di farlo altrettanto con chi viene a vedermi.
Se potesse riassumere questa nostra chiacchierata con una parola, quale sarebbe?
Intensa.