Autore di podcast di successo come Milano Bandita, Agatha Christie scomparsa, Mamma Ebe e Demoni urbani, diventato poi un libro pubblicato da Sperling & Kupfer. Ha firmato le sceneggiature dei film Maschile singolare, L’Estate più calda e Maschile plurale. Vive a Milano.
Hai attraversato il mondo del racconto in tutte le sue forme: dalla sceneggiatura al podcast, dalla scrittura narrativa al cinema. Com’è cambiato il mondo del racconto e della comunicazione oggi?
C’è un’offerta macroscopica, spesso impossibile da smaltire. Non so se sia cambiato il racconto in sé: è cambiato di certo il modo in cui ci raccontiamo e ci rivendiamo. Nel cinema ci sono meno soldi, l’editoria è in flessione e, rispetto a quando ho iniziato io nel 2016, i podcast sono diventati un ecosistema saturo. Un esempio: in questo stesso periodo, fino a due anni fa, mi dividevo tra un sacco di produzioni audio, anche branded. Oggi, il deserto. In questo scenario, spazi come Instagram hanno rosicchiato terreno: sono strumenti interessanti, certo — io e i miei amici ci mandiamo reel di scemenze in continuazione — ma hanno anche dato a chiunque la percezione di essere una star. Tutti espongono qualcosa, tutti vogliono vendere qualcosa, incluso il sottoscritto. È un mercato senza pace di pesci e prosciutti, in cui ognuno si sente protagonista di un palinsesto permanente. Apri il feed e trovi interviste, libri, film, promozione continua: un trionfo di ego che però si riflette in un sistema industriale che, se ti va bene, ti lascia le briciole.

Tra l’altro il tuo nome è stato spesso legato alla narrazione del crimine, una dimensione che oggi attira molto. Perché secondo te?
La violenza fa parte del progresso dell’umanità, e di conseguenza delle sue narrazioni. La catarsi è un concetto che ci accompagna da millenni: in modo diverso, attraverso personaggi come Oreste, Elettra o Amleto accediamo a un livello di comprensione più profondo. Questo non significa legittimare l’orrore, ma riconoscere come si intrecci alle nostre storie. Poi c’è un altro piano: quello dell’ossessione per il delitto irrisolto, del consumo compulsivo. Lì entriamo in una dimensione più pruriginosa, che ci permette di misurare fin dove può arrivare la crudeltà umana.
È un interesse a volte morboso, a volte legittimo. Con podcast come Demoni Urbani, di cui sono stato uno degli autori per anni, si sta esattamente in mezzo: da un lato si restituisce complessità e dignità a vicende tragiche, dall’altro si costruisce un prodotto per il grande pubblico, anche attraverso una voce magnetica come quella di Francesco Migliaccio.
Tu hai detto: “Non mi piace il termine true crime perché è diventato un’etichetta di moda. Un marchio, più che una definizione reale. E a mio avviso questo toglie profondità ai contenuti”. Che definizione daresti tu, invece?
Più che il termine “true crime”, mi interessa il valore che gli viene attribuito. Viene percepito come qualcosa di alto, quasi illuminante, penso ai millennials che ascoltano compiaciuti podcast di tendenza . In realtà nasce come letteratura popolare, persino trash. Già nella Cina del XVII secolo esistevano raccolte di casi criminali, poi evolute nella pulp fiction anglofona con la diffusione della stampa. Per questo mi fa sorridere quando il fenomeno di turno cita A sangue freddo di Truman Capote come punto di partenza: arriva dopo secoli di codificazione di un genere.

Nel tuo “Atlante della nera milanese” ritorni a mettere luce su fatti, delitti e luoghi. È stata un’operazione complessa?
A livello emotivo sì, è stato complesso. Ma perché è complessa Milano: una città in cui nel Novecento è successo di tutto — migrazioni, sviluppo industriale, politica, spettacolo.
Quando si parla di omicidi, si pensa subito alla Mala, a cui infatti dedico spazio. Ma basta allargare lo sguardo: la vicenda allucinante di Giuseppe Pinelli, l’omicidio Calabresi, gli anni di piombo, il caso Gucci, figure come Rina Fort o il capo della Mobile Mario Nardone. E siamo solo alla punta dell’iceberg.
Mi interessava anche scendere sotto, recuperare anche storie meno note: il cold case di via Plinio, l’omicidio di Olga Julia Calzoni, le morti violente di uomini gay nella Milano di fine anni Quaranta. Sono vicende che non stanno ferme nei libri: abitano ancora la città, anche se le persone non lo sanno. Penso all’omicidio dell’attivista antifascista Dax, in via Brioschi, a due passi da casa mia, nel 2003. Milano è anche questo: una geografia emotiva che continua a muoversi.
Di te hai detto: “Vivo di estremi: da un lato c’è la dolcezza, la leggerezza; dall’altro, l’impulsività e l’energia”. Oggi sei più leggero o energico?
Leggero non direi. Lavoro in un settore difficile, precario sia economicamente che psicologicamente. È un mercato che faccio ancora fatica a decifrare, popolato anche da persone senza scrupoli che detengono il potere. Serve avere nervi saldi e una certa ostinazione. Ci sono giorni in cui prevale la levitò, altri in cui emerge un’energia più dura, persino demolitrice, e altri ancora in cui subentra lo sconforto. Negli anni ho fatto e ottenuto molto, ma restano i “no”, le non risposte, le piccole umiliazioni. Fa parte del gioco. Non è tutto rose e fiori, e mi infastidisce la retorica del lavoro creativo come missione salvifica. È un lavoro. Bellissimo a volte, durissimo spesso.
Quale sfumatura di te stesso cerchi di indagare maggiormente o il tuo lavoro ti ha permesso di scoprire di più?
L’affetto e il sincero interesse per l’umanità. Quanto alle mie sfumature, non saprei. Come quelle di chiunque, sono tante, l’importante è saperci convivere. A volte le ficco in quello che scrivo, a volte non le sopporto e me ne tengo alla larga. Dipende dal rapporto che crei con la storia che scrivi, dal tuo livello di nervosismo… È chimica.

Non posso non citare alcuni successi come “Maschile singolare” e “Maschile plurale” che hanno ottenuto un successo e riconoscimenti incredibili. Sono tra i film italiani che hanno, forse, meglio identificato la comunità LGBTQIA+ . Vi aspettavate questo riscontro?
Con Matteo Pilati, Alessandro Guida e Gaia Musacchio, le persone con cui li ho scritti, abbiamo condiviso questa avventura meravigliosa, un dittico incredibile che ci ha lasciato tanto. I due Maschile per la prima volta hanno offerto al grande pubblico storie con ragazzi gay che non dovevano né dichiararsi né nascondersi, commedie romantiche “pastello” intrise di libertà e dolcezza. Non so quanto me lo aspettassi, il riscontro, ma lo sognavo.
Come si fa a dare una voce così vera e reale a personaggi, storie e vissuti che sono stati fin troppo stereotipati fino a qui?
Ci siamo ispirati ai dialoghi con i nostri amici e le nostre amiche, posto che una delle mie più grandi preoccupazioni è creare dialoghi che siano autentici e mai “scritti”. Temevamo di generare battute forzate, poco sentite, e di ficcarci inevitabilmente dentro i cliché di un secolo di cinema spesso poco generoso, quale quello italiano, nei confronti dei personaggi LGBTQ+. Se sei fortunato, trovi gli interpreti giusti che ti aiutano, ed è stato così. Oggi vedo molta più elasticità e naturalezza, com’è sacrosanto che sia, e nei momenti di down mi piace pensare che i due Maschile possano aver dato un bel contributo.

Parlando ai tuoi compaesani, una volta hai detto: «Circondatevi di persone perbene. Siate ostinati ma non ossessivi. E trovate sempre un piano B per salvare l’anima, il fisico e il cervello. I “no” sono all’ordine del giorno. Tocca attrezzarsi». Il tuo piano B qual è?
Allontanarmi quanto più possibile dal mondo della scrittura, e non è escluso che non accada prima o poi. Un piano B dev’essere radicalmente opposto rispetto a quello che già fai, mantenendo dei denominatori simbolici. Nel mio caso, l’attenzione all’umanità tutta: forse farei il medico. Se lo legge mio padre, mi ammazza: sia lui che mio nonno erano medici, mio papà lo è tuttora. A 18 anni io nemmeno ci ho provato, a tentare quella strada. Tornassi indietro, forse forse…

Come stai salvando la tua anima?
Hai presente Mitridate, il re del Ponto che si somministrava quotidianamente piccole dosi di veleno per diventare immune? Ecco, io faccio lo stesso con la disperazione. Gocce non letali e non eccessive di amarezza e sconforto, da mescolare alle risate e alla gioia. Un mitridatismo dell’anima necessario per sopravvivere e resistere a questo tempo di ego smisurati, che un giorno prenderà il sopravvento su tutto.