Di te scrivono: “C’è qualcosa di magnetico. Una combinazione di lucidità e trasporto rara, una gentilezza che non fa sconti alla profondità. C’è l’attore, il regista, il musicista, lo scrittore. Parte tutto da quel bisogno primario di raccontare e raccontarsi”. È tutto giusto?
Ci sono poche persone che si sono prese davvero il tempo di conoscermi, di andare oltre ciò che appare. Parole come queste mi toccano profondamente: mi fanno sentire compreso. Mi riconosco soprattutto nel bisogno di raccontare e raccontarmi. Non percepisco l’attore, il regista, il musicista, lo scrittore e l’editore come identità separate. Sono linguaggi diversi attraverso i quali cerco di comprendere me stesso, gli altri e ciò che ci accade. Sento che una parte importante del mio mondo umano e artistico sia ancora inesplorata. Credo che ogni artista, nel corso della propria vita, incontri un progetto o un personaggio capace di rivelare aspetti di sé che fino a quel momento erano rimasti in ombra. Ho la sensazione che quell’incontro faccia ancora parte del mio cammino.
Mi colpisce questa gentilezza che va a braccetto con la profondità. C’è un momento in cui hai compreso che queste sfumature?
Credo che la gentilezza sia spesso una conseguenza della profondità, e viceversa. Per molto tempo ho pensato che essere gentili significasse soprattutto non ferire, non deludere, comprendere sempre le ragioni degli altri. Crescendo ho capito che la gentilezza non coincide con l’essere accomodanti. A volte significa dire una verità difficile, stabilire un confine, allontanarsi da ciò che fa male senza perdere il rispetto dell’altro.
Da bambino recitavi davanti ad amici e parenti, costruendo mondi immaginari e alimentando quella che sarebbe diventata una passione per la vita. Che bambino sei stato?
Felice. I miei genitori sono stati un grande stimolo. Mi hanno permesso di viaggiare, praticare sport, studiare, assistere a spettacoli, mostre ed eventi culturali, confrontarmi fin da piccolo con lingue e culture diverse. Ho avuto nonni e nonne meravigliosi, veri esempi di vita, così come familiari e amici di famiglia che hanno avuto un impatto determinante sulla mia crescita. Naturalmente ho anche sofferto, in alcuni momenti molto, come accade a tutti. Ma da quelle ferite sono nate anche una grande forza, la voglia di combattere e la necessità di trasformare ciò che provavo in qualcosa di creativo.

Attore italo-belga, nato a Milano e cresciuto in giro per il mondo. Le tue origini che peso hanno avuto?
Un peso enorme. I miei nonni sono stati un punto di radicamento fondamentale. Durante la crescita, a volte, mi sono sentito perso. Avevo la sensazione di non appartenere completamente a nessun luogo, mentre vedevo amici con radici locali molto forti e un’identità geografica immediata. Oggi capisco che la mia realtà è semplicemente diversa. Mi sento cittadino del mondo e, soprattutto, cittadino europeo. Non soltanto in senso politico, ma umano e culturale. Sto bene in molti luoghi e, grazie alle lingue, riesco a entrare in contatto con le persone in modo diretto.
Tu hai interpretato tantissimi personaggi, da Gomorra a Supersex, indagando dimensioni e sfumature molto diverse tra loro. Quale personaggio ti ha segnato e cambiato di più?
Tutti i personaggi mi hanno plasmato. Quelli più lontani da me, almeno apparentemente, lo hanno fatto ancora di più, perché mi hanno permesso di sperimentare e portare alla luce zone oscure della mia personalità e del mio carattere. Attraverso i personaggi ho potuto guardarle, riconoscerle e trasformarle in strumenti di consapevolezza. Desidero interpretare personaggi complessi, contraddittori, non immediatamente riconducibili al mio aspetto o a ciò che si può pensare guardandomi in faccia. Non mi interessa nulla di stereotipato. Voglio andare lontano, sorprendermi e portarmi al limite.
Hai detto: “Mi sono domandato molte volte cosa significasse veramente il termine successo senza cadere nella banalità”. A che punto sei di questo viaggio spirituale?
Ogni giorno mi rendo conto di essere soltanto all’inizio. Oggi credo che il successo cominci dalla piena consapevolezza di sé e dalla capacità di sperimentare un’onestà totale nei propri confronti. Per anni ho pensato che il successo coincidesse con un punto di arrivo: un ruolo, un riconoscimento, una consacrazione capace finalmente di restituirmi la misura del mio valore. Ma il traguardo si sposta continuamente. Se deleghiamo agli altri il compito di dirci chi siamo, rimaniamo in attesa di una sentenza che non sarà mai definitiva.
“Coltivare l’umiltà e annaffiarla con il duro lavoro. Accettarsi ed essere grati”. Sei grato a cosa o a chi, oggi?
Sono grato a Giuliano Ladolfi, che ha creduto in me quando ero giovanissimo e mi ha dato fiducia, responsabilità e libertà. Sono grato ai miei migliori amici, che considero fratelli, alla mia famiglia e a tutte le persone che mi hanno dato la possibilità di esprimermi e di diventare ciò che sono.
E sono grato, in un modo più difficile da spiegare, anche alle persone che mi hanno fatto del male. Non perché quel dolore fosse necessario o giusto, ma perché mi ha costretto a scegliere chi volevo diventare. Mi ha reso più forte, molto più forte, ma spero anche più consapevole e capace di non restituire agli altri ciò che ho ricevuto.

Hai detto: “La difficoltà si incontra quando ci si mette a nudo”. Che rapporto hai con il tuo corpo?
Il corpo è il nostro tempio. È sacro. È il luogo attraverso il quale entriamo in contatto con il mondo, con gli altri e con la vita su questa Terra. Lo sport è sempre stato determinante per me. Attraverso il corpo imparo a conoscermi e a superare molti dei limiti imposti dalla mente. Mi fido del mio corpo e ho sperimentato molto attraverso di esso. A volte sono stato gentile, altre volte un po’ meno. Ho chiesto molto, forse qualche volta troppo. Ho sempre attribuito grande importanza anche al rispetto del corpo degli altri, nell’amore, nell’amicizia e nella tenerezza. La serenità passa attraverso la dura legge dell’accettazione. Ognuno vede dei difetti in se stesso, indipendentemente dall’età, dal sesso o dall’estrazione sociale. È una battaglia che non si può vincere contro il proprio corpo, ma soltanto insieme a esso.
La bellezza è più un buon biglietto da visita o un fardello da portarsi dietro?
Credo possa essere entrambe le cose. La bellezza può essere un ottimo biglietto da visita. Sarebbe ipocrita negarlo. A volte apre porte, suscita curiosità, crea opportunità. Ma può diventare anche un fardello quando rischia di trasformarsi nell’unica lente attraverso cui gli altri ti guardano. Personalmente sento di avere molto più da dire che da mostrare. Nel mio lavoro mi interessa che le persone vadano oltre l’immagine e si prendano il tempo di conoscere davvero un essere umano nella sua complessità.
Al Giulio bambino cosa diresti?
Gli direi: ti voglio bene. Farai una vita straordinaria. Non avere fretta e non lasciare che la frustrazione ti tolga la gioia. Non cercare sempre di essere il migliore.
Se dovessi riassumere la nostra chiacchierata con una parola, quale sarebbe e perché?
Verità. Per molti anni ho custodito alcune parti di me, forse perché ogni artista ha bisogno del tempo
giusto per riuscire a raccontarsi davvero. Oggi sento il desiderio di essere sempre più autentico, più libero e più trasparente in ciò che creo. La musica mi ha fatto capire chi sono perché mi ha costretto a raccontarmi senza potermi nascondere dietro un personaggio. Desidero continuare a portare questa verità in tutto ciò che faccio.