Giulio Base: “Giuda è come un eroe classico della tragedia greca”

Sua madre faceva la prostituta e una chiromante le predisse che avrebbe partorito un diavolo; la donna rimane incinta di un cliente sconosciuto ma muore dando alla luce un bimbo a cui le altre ragazze del bordello danno nome: Giuda. E’ ancora un bambino quando uccide l’uomo tenutario del postribolo che tenta di violentarlo. Il ragazzo diventa poi grande presto, il dolore lo indurisce e lo trasforma nel protettore del luogo dove è nato e cresciuto: si arricchisce vendendo donne.

Comincia così la storia del traditore per antonomasia. Nel film “Il Vangelo di Giuda“, al cinema dallo scorso 2 aprile, il regista Giulio Base cerca di indagare le sfumature che compongono uno dei personaggi più curiosi della storia. Con la voce di Giancarlo Giannini e alcuni interpreti stellari, tra cui Rupert Everett, il film mette al centro un nuovo punto di vista nei confronti di un uomo sempre giudicato senza mai guardare l’altra faccia della medaglia.

Il vangelo secondo Giuda, quello firmato da Base, è diverso. È una lunga confessione straziante. Lui si sente uno strumento fondamentale perché si adempia la Scrittura, ma deve trasformarsi in uno dei peggiori malvagi di sempre, seppur sia fra i più generosi: infatti dona la sua vita. Tradisce Gesù condannando sé stesso alla dannazione purché si compia ciò ch’è scritto. Di tutti gli apostoli Giuda è l’unico a morire con Gesù. Lui che ha vissuto vendendo donne, muore vendendo un uomo.

Abbiamo incontrato il regista che ci ha raccontato di più del film e di sé stesso. Di seguito l’intervista completa:

L’impresa di questo film è davvero imponente e maestosa. Il risultato ancora più strabiliante. Tu sei partito da una domanda che è tornata nei secoli: chi è davvero Giuda? Sei riuscito a darti una risposta dopo questo film?

Sinceramente no, ma la bellezza è proprio continuare a farsi domande. Direi che ho per la vita grande interesse, compreso quello di un decifratore di sciarade e il gusto di questi misteri sta anche nel sapere che non verranno mai risolti. Quindi nessuno saprà chi è davvero Giuda, sempre ammesso che lui stesso lo abbia saputo – o che noi stessi sappiamo chi siamo – ma certamente ora lo conosco molto meglio.

Tu cerchi di scardinare la risposta più comoda fino a restituirci un personaggio che non si lascia più giudicare a distanza. Lo fai con un gesto radicale: costringerci a guardarlo da dentro. Quanto è stato complesso e quanto entusiasmante?

La parte complessa e quella entusiasmante sono andate a braccetto: è stato entusiasmante perché non volendo fare un film convenzionale e avendo anzi cercato – cinematograficamente parlando – un salto mortale triplo, ho fatto un film dove il protagonista non si vede mai e dove non ci sono dialoghi (ovviamente le due cose messe insieme sono state di difficilissima realizzazione), ma mi pare ormai di poter dire che visto che, visto che l’opera ha attirato molto interesse, dal punto di vista del giudizio estetico sul film la scommessa sia stata vinta.

A movieplayer.it hai detto: “Sono anni che sentivo il bisogno di raccontare la sensazione del sentirsi inadeguati alla fede. Con Giuda ho spinto questo sentimento alla massima potenza”. Cosa intendi con sentirsi inadeguati? 

Significa non sentirsi all’altezza di fare quello che vorrei poter fare, di non sentirsi un buon cristiano, di non riuscire a mantenere fede ai propri proponimenti. Significa sentirsi presuntuoso, bugiardo, arrogante. Sento di mancare a questi proponimenti tante volte e quindi mi sento quasi sempre inadeguato.

Che rapporto hai tu con la fede?

Ho la fortuna di averla solida, di averla forte, di non averla mai sentita scheggiata da nessun problema esistenziale o da crisi che pure ho attraversato. È una certezza nella mia vita. Sento che qualcosa o qualcuno, un Dio, il nostro Dio, c’è e ci guarda.

Mi ha molto colpito una tua dichiarazione. Hai detto: “Giuda mi ispira tenerezza perché mi rivedo in lui quando mi ritrovo a fare sempre gli stessi errori. Se è tutto scritto che colpa ne ho?”. Cosa hai scoperto di Giulio attraverso l’indagine di Giuda? 

Ho scoperto che posso sbagliare tante volte, ma non devo mai fare l’errore di non cercare il perdono. L’errore grave di Giuda non è stato tanto il tradimento – che pure è un atto efferato – ma è stato togliersi la vita, quindi il non concedere speranza alla redenzione e quindi al perdono.

Tra le prime cose importanti della tua carriera non posso ricordare il tuo debutto teatrale dove sei stato diretto da Vittorio Gassmann. Poi da lì una carriera in crescendo tra regia e prestigiosi riconoscimenti. Cosa ricordi di quel periodo della tua vita? 

Ho ricordi meravigliosi: sono stato un fan scatenato di Vittorio, andavo a vederlo a teatro tutte le volte che recitava, ho avuto la fortuna di essere un suo allievo, ho debuttato con la sua compagnia, credo di poter dire serenamente di essere stato suo amico e sono l’ultimo regista che l’ha diretto in un film. Credo sia chiaro il perché uno dei miei figli si chiami Vittorio.

Ho scoperto una cosa molto curiosa. Tu fai parte del Mensa, un’associazione internazionale senza scopo di lucro di cui possono essere membri le persone che abbiano raggiunto o superato il 98° percentile della popolazione mondiale del QI. Praticamente per diventare un “Mensano” bisogna rientrare nel 2% della popolazione mondiale con il più alto Quoziente Intellettivo al mondo. Cosa ti ha fatto capire che il tuo QI era oltre la “norma”? 

Da da bambino, alle scuole elementari, mi fecero dei test di questo tipo e i miei genitori vennero informati di una mia attitudine in tal senso. Crescendo ho avuto la curiosità di rifare quel test. Ho scoperto che effettivamente rientravo in quei parametri, ma ci credo fino a un certo punto, faccio stupidaggini e sbadataggini, come tutti, tutti i giorni.

Nella vita di tutti i giorni, è stato più un peso o un valore aggiunto?

Quel tipo di test non misura l’intelligenza emotiva, che secondo me è molto più importante, ma la velocità dell’intelligenza, cioè la capacità di risolvere problemi, grandi e/o piccoli che siano, in velocità. In effetti non posso dire che mi abbia danneggiato; più di una volta, anzi, credo che mi abbia aiutato.

Per tornare al tuo film, Giuda compie un atto di obbedienza e amore, come hai spesso detto; ascolta le parole di Gesù e dopo aver portato a termine il compito finirà per togliersi la vita. Lo definiresti un eroe moderno?

Lo definirei come un eroe classico della tragedia greca, un individuo inconsapevole di una colpa più grande di lui nella quale si è trovato coinvolto suo malgrado.

Senza Giuda, avremmo avuto oggi la stessa storia del cristianesimo, secondo te? 

Sinceramente penso di sì, se non ci fosse stato Giuda sarebbe toccato a un altro personaggio o a un altro episodio, ma il cristianesimo sarebbe nato e si sarebbe sviluppato comunque.

Nel film il volto di Giuda non si vede mai. Si sente la presenza, la voce prestata da un magistrale Giannini. Insomma, concedi allo spettatore la possibilità di immaginarsi un proprio Giuda…

Proprio così, non volevo che lo spettatore potesse dare un volto preciso a Giuda e quindi a quello di un attore, ma volevo che potesse mettersi nei panni di Giuda per un’ora e mezza, sentendosi lui durante tutto l’arco del film.

Nelle tue note di regia si legge: “C’è un frammento di Giuda in ciascuno di noi. Nelle scelte sbagliate, nei silenzi vigliacchi, nei tradimenti grandi o piccoli che segnano il nostro passaggio nel mondo”. Alla fine dei conti, per cosa ricorderemo Giuda? 

Ovviamente lo ricorderemo sempre per il tradimento, ma mi auguro che questo film aiuti a ricordarlo anche come strumento affinché la passione e la resurrezione fossero compiute.

Per cosa vorresti che fosse ricordato il tuo passaggio nel mondo, invece?

Mi auguro soprattutto di aver seminato bene per i frutti più importanti che un uomo può dare nella sua vita, in questo caso i miei tre figli; se mi ricordassero come un uomo giusto li guarderei dal cielo con gioia.

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