Davide Mancini: “Oggi mi sento più libero di rischiare”

Dal sodalizio ormai consolidato con Marco Bellocchio alla trasformazione fisica per Guerrieri, fino al ritorno costante al teatro come luogo di verità, Davide Mancini attraversa cinema, serialità e palcoscenico con un filo rosso preciso: la ricerca di autenticità. In Portobello dà corpo a uno dei primi grandi casi di processo mediatico italiano, mettendo in luce dinamiche che oggi, nell’era dei social, risultano ancora più attuali.

Attore capace di muoversi tra registri molto diversi, ma sempre guidato da una tensione interna verso personaggi irrisolti, Mancini racconta il suo percorso tra set, scrittura e nuove sfide, senza mai perdere il legame con quel teatro che resta, ancora oggi, il suo punto di partenza e di ritorno.

Davide, con Portobello hai rinnovato il tuo sodalizio con Marco Bellocchio, dopo ruoli intensi come Mario Moretti in Esterno Notte e l’esperienza di Rapito: come si è trasformato nel tempo il vostro rapporto di lavoro e di fiducia?

Lavorare con Bellocchio è diventato nel tempo meno un “dimostrare” e più un ascolto. All’inizio cerchi di essere all’altezza, poi capisci che lui non cerca la prestazione ma una forma di verità, che non costruisci ma lasci emergere. In realtà il rapporto non è cambiato: fin dal primo giorno mi ha dato rispetto, stima e fiducia. Oggi mi sento più libero di rischiare e di stare anche nelle zone meno risolte.

Interpretando l’avvocato Della Valle in Portobello entri nel cuore di quello che è stato uno dei primi grandi processi mediatici italiani: quanto questo ruolo ti ha fatto riflettere sulle dinamiche di giudizio pubblico, oggi amplificate dai social?

Interpretare Della Valle mi ha fatto riflettere su quanto sia attuale la velocità del giudizio. Il meccanismo è lo stesso di allora, è cambiata solo la velocità: oggi è continuo. Il rischio è smettere di vedere la persona e vedere solo il ruolo che le attribuiamo. La gogna non è un fatto storico, è sempre possibile. Questo ruolo mi ha fatto capire quanto sia fragile la reputazione e quanto sia facile partecipare, anche inconsapevolmente, a questo meccanismo.

In Guerrieri cambi completamente registro con Quintavalle, un allenatore di boxe viscerale e fisico: come hai lavorato sulla preparazione e sull’identità emotiva di un personaggio così radicato nel corpo?

È stato un lavoro opposto, partito dal corpo più che dalla testa. Ho approfondito il mondo del pugilato e mi sono allenato intensamente, ma la cosa centrale era trovare una tensione interna: qualcuno che si controlla ma porta dentro una forza non risolta. Con Alessandro Gassmann c’è stato uno scambio diretto, molto generoso. Non mi interessava “fare il duro”, ma mostrare un uomo in cerca di riscatto, ciò che resta quando provi a non usare più la violenza.

Il teatro resta una presenza centrale nel tuo percorso: stai lavorando a uno spettacolo ispirato a Lucio Dalla, di cui curi anche i testi. Che tipo di racconto vuoi costruire e cosa ti sta dando questa esperienza anche come autore?

Non mi interessa un racconto celebrativo, ma la sua capacità di essere sempre fuori posto, mai definito. Con Marco Alemanno stiamo costruendo testi che suggeriscono più che spiegare. È una sfida nuova: non solo interpretare ma scegliere cosa dire e cosa lasciare sospeso. Scrivere è esporsi senza protezione, ed è un passaggio necessario.

Negli ultimi mesi ti sei confrontato anche con la moda, sfilando per Davide Muccinelli: com’è stato comunicare attraverso il corpo senza il supporto di un personaggio o di un copione?

Con Davide Muccinelli e il suo team non ho mai percepito il corpo come un oggetto estetico, ma come qualcosa da ascoltare. Anche nelle proposte più audaci c’erano rispetto e cura. Non mi sono sentito un mezzo, ma parte del processo. Questo mi ha permesso di viverla come un’interpretazione, non come una semplice esposizione.

Nel tuo percorso hai lavorato con autori molto diversi tra loro: oggi, quando leggi un copione, qual è l’elemento che ti fa dire che quel ruolo è quello giusto per te?

Cerco personaggi che mi mettano in discussione, non quelli che so già fare. La scintilla scatta quando sento una contraddizione viva, qualcosa di irrisolto. Ci sono ruoli che interpreti e altri che ti cambiano: io cerco quelli, perché non ti chiedono di essere bravo ma onesto, e ti costringono ogni volta a rimetterti in discussione.

Hai definito il teatro la tua “ancora di salvezza”: oggi, tra cinema e serialità, quanto è rimasto di quel ragazzo che sul palco ha trovato il suo primo spazio nel mondo?

È rimasto tutto. Cercava uno spazio dove non doversi difendere, e quella domanda è ancora la stessa. Oggi ho più strumenti, ma il teatro resta il luogo in cui torno per capire. Non è stato solo un punto di partenza: è ancora casa.

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