«L’amore, proprio come altre cose in natura, acquista senso solo per contrasto.»
Questa verità, posta in apertura del volume che avete tra le mani, traccia in poche parole il percorso che Luana Di Pietro ha voluto seguire in questo libro. Infatti, per capire cosa sia davvero l’amore bisogna imparare a individuare il suo opposto e le maschere che troppo spesso le relazioni sentimentali indossano per celare la propria natura. Insomma: per cogliere il bianco dobbiamo essere in grado di riconoscere il nero, e per riconoscere l’amore dobbiamo prima di tutto comprendere cosa l’amore non è. Il suo non è né un saggio né un manuale, ma un viaggio alla scoperta delle nostre fragilità, dei nostri bisogni reali e delle nostre emozioni; un «auspicio a guardare con lucidità dentro noi stessi e dentro la relazione. Un richiamo alla scelta quotidiana dell’esserci davvero, anche quando fa paura, anche quando pensiamo di non avere coraggio».
Qui l’intervista completa
Lei ha detto: «Può sembrare controintuitivo, ma spesso sono proprio le forme di non amore a plasmare le relazioni, le scelte, persino l’idea che abbiamo di noi stessi». Perché è importante raccontarle alcune storie?
Perché ciò che non riusciamo a riconoscere rischia di diventare la nostra normalità, e non è giusto.
Raccontare le storie di “non amore” significa dare parole a esperienze che spesso le persone vivono senza riuscire a nominarle: che si tratti di una relazione in cui ci si sente costantemente inadeguati, o di un legame fatto di attese e assenze, o di una presenza che non protegge, oppure ancora di una relazione in cui bisogna continuamente meritarsi l’amore dell’altro.
Le storie raccontate nel mio libro hanno una funzione potentissima perché ci permettono di riconoscerci senza sentirci giudicati, come quando leggiamo la storia di qualcun altro e improvvisamente comprendiamo qualcosa della nostra.
È molto frequente, accade che quando non sappiamo dare un nome a ciò che viviamo, possiamo arrivare a chiamare amore anche ciò che amore non è, scambiamo l’ansia per passione, la dipendenza per bisogno d’amore, il controllo per interesse, la sofferenza per profondità del sentimento.
Raccontare queste storie, quindi, non significa parlare soltanto di ciò che “semplicemente” è andato storto, ma significa restituire alle persone la possibilità di riconoscere ciò che meritano e che possono trovare in futuro.
Ha detto: «La realtà non è fatta solo di grandi amori, ma anche di vuoti, silenzi, mancanze, aspettative non ricambiate. Dare un nome a tutto questo è una forma di educazione emotiva, ma anche un diritto alla verità». La nostra società a che punto è con l’educazione emotiva?
Siamo molto più consapevoli di quanto lo fossimo in passato, ma non ancora sufficientemente educati a stare dentro la complessità delle emozioni e delle relazioni.
Parliamo molto di emozioni, ma questo purtroppo non significa necessariamente saperle riconoscere, attraversare e gestire. Siamo diventati bravissimi a utilizzare alcune parole (trauma, narcisismo, dipendenza, red flag ) ma il rischio è che se non si usano consapevolmente rischiano solo di diventare etichette con cui semplificare realtà e di cui potremmo fare a meno.
L’educazione emotiva ci insegna qualcosa di più profondo: che cosa provo? Di che cosa ho bisogno? Che cosa posso chiedere all’altro? Che cosa posso accettare e che cosa invece mi fa male? Come posso stare nel “no” e nella sua emozione senza necessariamente sentirmi rifiutato come persona? posso amare senza perdere me stesso?
E in più, dovremmo imparare che non tutto ciò che desideriamo ci fa bene e non tutto ciò che ci fa soffrire è necessariamente amore.
Credo che ci sia ancora molto lavoro da fare, e auguro di essere sulla buona strada.
Da dove bisognerebbe ripartire?
Dalla capacità di ascoltare quello che accade dentro di noi prima ancora di chiederci che cosa stia pensando o facendo l’altro o sentendo l’altro.
Molte persone arrivano in terapia dopo aver trascorso mesi o anni a domandarsi: “Mi ama?”, “Perché non mi cerca?”, “Tornerà?”, “Perché si comporta così?”. Sono domande comprensibili, ma spesso ci tengono completamente concentrati sull’altro.
La domanda da cui ripartire, invece, è: “Come sto io dentro questa relazione?”
Che racchiude tante altre domande…Mi sento libero? Mi sento costantemente in allerta? Mi sento visto? Posso esprimere un bisogno senza la paura sottile di perdere l’altro?
Nel libro parla di “non amore”. Come lo si riconosce?
Ottima domanda. Ahimè il non amore non è un segnale evidente, non è un alert che vediamo a riconosciamo subito.
Non è soltanto violenza, maltrattamento o disprezzo. Può assumere forme molto più sottili: l’indifferenza, l’incostanza, la non reciprocità, l’impossibilità di affidarsi, il sentirsi soli anche quando si è in coppia, il dover continuamente dimostrare il proprio valore per ottenere attenzione.
Il non amore entra in uno spazio che va ben oltre i conflitti, i momenti difficili fisiologici di una relazione, le nostre splendide imperfezioni. Il non amore è evidente quando, nel tempo, per restare accanto a qualcuno dobbiamo smettere di essere noi stessi, camminare sulle uova, rinunciare ai nostri bisogni o convincerci che dobbiamo accontentarci.
Allora è importante fermarsi.
Descrive che spesso abbiamo paura di perdere l’altro, di affrontare il vuoto, di rimettere in discussione noi stessi. Perché è una paura che ci assale?
Perché perdere una relazione non significa soltanto perdere una persona. A volte significa perdere una parte dell’identità che abbiamo costruito dentro quella relazione, le aspettative sul futuro, le abitudini, le certezze e soprattutto l’immagine di noi stessi che avevamo affidato a quel legame.
E poi c’è una paura ancora più profonda: quella del vuoto e del lutto: ci mette davanti a noi stessi, ci costringe ad ascoltare quello che sentiamo noi.
Tant’è che una delle forme più importanti di maturità emotiva consiste proprio nell’imparare a tollerare il dolore di una perdita senza trasformarlo automaticamente nella prova che dobbiamo tornare indietro.
Ammette che l’amore dovrebbe richiedere una competenza. Dove si impara?
Si impara innanzitutto nel modo in cui entriamo in relazione con noi stessi, dalla famiglia, dalle prime esperienze affettive, dai modelli che abbiamo osservato.
Ovviamente siamo responsabili da adulti di capire le modalità che abbiamo vissuto (talvolta anche subito!) e possiamo imparare a correggerle.
Ciò che spiego nel libro è che l’amore, infatti, non è soltanto un sentimento spontaneo. È anche una competenza: richiede ascolto, reciprocità, capacità di comunicare, di mettere confini, di tollerare la frustrazione, di assumersi responsabilità e di riconoscere l’altro senza cercare di possederlo. È questa competenza si può costruire.
Non dobbiamo sentirci in colpa se non abbiamo imparato ad amare bene. Dovremmo però assumerci la responsabilità di poterlo imparare oggi.
Come si fa, alla fine, a capire cosa è amore e cosa non è?
Ti direi che si dovrebbe iniziare partendo da una verità molto semplice: l’amore non dovrebbe chiederci di tradire continuamente noi stessi per poterlo conservare.
Amare non significa non avere paura di perdere. Significa riuscire, nonostante quella paura, a rimanere in contatto con se stessi.
La relazione non elimina il conflitto, ma l’amore permette di attraversarlo. Non elimina la vulnerabilità, ma la rende condivisibile con l’altro. Non ci garantisce che non soffriremo mai, anzi.
Solo che non trasforma la sofferenza nella condizione necessaria per sentirci amati.

Dalla trasmissione Rai, Se mi lasci non vale
Luana Di Pietro è psicologa e psicoterapeuta, laureata in Psicobiologia all’Università degli Studi di Padova e specializzata presso l’Università La Sapienza di Roma. Si occupa delle dinamiche relazionali e affettive, con competenze anche nell’ambito della psicologia giuridica e forense. Nel suo lavoro clinico accompagna i pazienti ad affrontare crisi emotive, difficoltà relazionali e momenti di cambiamento, aiutandoli a sviluppare maggiore consapevolezza e nuovi strumenti per il benessere psicologico. Partecipa come esperta a programmi televisivi e radiofonici dedicati alle relazioni e alla vita affettiva, oltre a numerose rubriche universitarie e progetti tra cui C’era una volta l’amore su Real Time, Alla Buonora con Simone Lemmo e Se mi lasci non vale su Rai 2. È autrice del libro Quando amate fateci caso (2023), in cui esplora i meccanismi psicologici che guidano l’amore e le relazioni.