Ha conquistato i festival di mezzo mondo con l’intensità del suo sguardo e una performance che non lascia scampo. Carlotta Parodi dà voce e corpo a Vera Vitale, protagonista del corto Sabbie Mobili – Big Noise di Andrea Antonio Vico, che affronta con rigore e coraggio il tema della depressione post-partum.
Incontrata dopo la presentazione al New York Film Festival, dove l’opera ha emozionato il pubblico internazionale, l’attrice ci racconta il dietro le quinte di un ruolo che ha segnato la sua carriera (e forse anche la sua vita).
Hai emozionato il pubblico del New York Film Festival con un ruolo profondissimo: cosa ha significato per te interpretare Vera, una donna spezzata dalla depressione post-partum?
È stato uno dei ruoli più totalizzanti che abbia mai affrontato. Interpretare Vera ha significato, come accade per ogni personaggio che studio, entrare nella sua storia senza giudizio, con totale disponibilità emotiva. Per me è stato un modo per mettere in scena il malessere umano senza filtri, senza risparmiarmi. Ho un’attenzione particolare per le malattie mentali, e questo ruolo è arrivato come una sfida che sentivo profondamente mia. Ho cercato di restituire a tutte le donne che soffrono di depressione post-partum e, più in generale, a chiunque viva un disagio psichiatrico , la dignità della sofferenza, al di là dell’etichetta. Non volevo raccontare un “caso clinico”, ma un essere umano che lotta in silenzio contro qualcosa che nessuno vede.

Sabbie Mobili affronta un tema spesso ignorato o minimizzato, anche nel dibattito pubblico. Quanto ti ha cambiata, come attrice e come donna, il confronto con una realtà così dura?
Mi ha sicuramente mi messa in ascolto di una realtà che merita molta più attenzione. La depressione post-partum è una condizione che porta con sé un doppio dolore: quello della malattia in sé, e quello dello stigma sociale. Ho parlato con molte donne che si sentivano schiacciate dal senso di colpa, come se non fosse loro concesso stare male. Perché la maternità è ancora raccontata come un momento necessariamente felice, puro, ideale. E se non ti senti così, sei tu quella sbagliata. Questo bombardamento culturale, che idealizza la madre come figura perfetta, sempre serena, sempre grata, isola ancora di più chi sta soffrendo. Come attrice, mi sono sentita investita della responsabilità di raccontare questa solitudine senza filtri e senza semplificazioni, con rispetto e verità. Ho capito quanto ancora siamo impreparati a vedere la sofferenza psichica senza vergogna o giudizio, soprattutto quando riguarda la maternità.
Il film adotta un linguaggio crudo, claustrofobico, quasi disturbante. Come hai lavorato con il regista per restituire questa intensità sullo schermo?
Abbiamo deciso fin da subito di non cercare la “bella immagine”. La camera a mano spesso mi segue troppo da vicino, mi schiaccia, invade il mio spazio vitale, proprio come fa la mente di Vera. La fotografia, curata da Dario Di Mella, rispecchia il suo mondo interiore: la penombra è un elemento predominante, quasi un’estensione del suo stato mentale. Non c’è musica che accompagni o consoli: il suono è reale, disturbante, fatto di rumori domestici, di silenzi tesi, di respiri spezzati dal panico. Con il regista, Andrea Antonio Vico, abbiamo costruito una specie di coreografia del disagio, in cui anche il più piccolo gesto , aprire il frigorifero, camminare in corridoio, fissare il televisore , diventa carico di senso, ma solo se pieno di un’emozione vera, vissuta.
Il tuo personaggio, Vera, si ritrova completamente sola: abbandonata dal compagno, rinnegata dalla famiglia. Come hai costruito emotivamente questa solitudine in scena?
La solitudine di Vera è come un vetro spesso che la separa da tutto. In scena ho cercato di restituirla attraverso l’inerzia, la disconnessione dagli oggetti, dalle persone, da sé stessa e dal proprio bambino. Ho lavorato molto sul corpo, sul peso che aumenta non per ragioni fisiche ma esistenziali, e su cosa si prova a cercare uno sguardo che non arriva mai, una mano tesa che però è carica di giudizio. Quanti di noi, in fondo, si sentono così a volte? Vera è inchiodata al suo senso di colpa, dentro una casa che è una prigione , ma dove, almeno, in solitudine, nessuno la giudica. Per entrare davvero in quel tipo di stato, ho fatto esercizi in isolamento anche durante la preparazione: intere giornate in silenzio, con luce filtrata e pochissimi stimoli. È stato alienante, ma necessario. E poi c’è sempre, in ogni personaggio che interpreto, un legame con il mio dolore personale. Non è mai un’imitazione. È qualcosa che risale da dentro, da esperienze vissute, da emozioni che conosco bene. È così che riesco a restituirle in scena in modo autentico. La solitudine, in Sabbie Mobili, non è solo una condizione: è una condanna mentale.
Hai ricevuto 19 premi internazionali come Miglior Attrice per questa interpretazione. Quale di questi riconoscimenti ti ha colpito di più e perché?
Apprezzo moltissimo ogni premio ricevuto, ovviamente. Sono riconoscimenti importanti, che mi inorgogliscono, ma non sono mai stati il mio obiettivo. Per me conta di più il fatto che il messaggio del film arrivi con chiarezza, che venga accolto. Più che un premio in particolare, mi ha colpita una motivazione letta all’Oslo Film Festival. Diceva che “la sceneggiatura si eleva grazie alla performance eccezionale dell’attrice protagonista, perché la sua interpretazione di Vera è intensa e autentica, rendendo il personaggio un simbolo di resilienza e forza interiore.” Questa frase mi ha toccata profondamente, perché racconta esattamente ciò che ho cercato di restituire: una donna che, pur spezzata, lotta per aggrapparsi alla vita, per salvarsi e salvare suo figlio. Quando questo viene colto, allora sì, ha davvero senso tutto il lavoro fatto.
Il film ha ricevuto il patrocinio di enti importanti, come il Garante dei Minori e per l’Infanzia e l’Associazione Nazionale Ostetriche. Pensi che il cinema possa davvero influenzare la percezione sociale delle malattie psichiche e dello stigma legato alla maternità fragile?
Sì, ma solo se si prende il rischio di essere scomodo. Sabbie Mobili non dà risposte, non redime, non giudica e non salva. Anche per questo è stato accolto con serietà da enti istituzionali che, a volte, faticano ad affidarsi al linguaggio cinematografico. Il film è quasi uno spaccato di realtà, vicino per tono e intensità a una visione documentaria del disagio psichiatrico. Credo che il cinema possa davvero influenzare la percezione sociale, ma solo se smette di edulcorare la malattia. Negli ultimi anni in Italia sono stati prodotti diversi film e serie televisive che affrontano il tema della salute mentale, ed è importante che questa tendenza continui. Perché la malattia psichiatrica è una condizione dell’essere umano come qualsiasi altra. Se la si mostra per quello che è , una realtà quotidiana, concreta e trasversale , allora sì, il cinema può davvero smuovere qualcosa. In questo senso, credo che il nostro film abbia lasciato un segno: è stato richiesto per la proiezione in alcune scuole, soprattutto in Veneto e in Puglia, ed è stato presentato all’interno della Giornata Internazionale della Salute Mentale presso l’ASL di Padova, su invito della psichiatra Rossana Riolo.
Dopo una prova così intensa, senti il bisogno di ruoli più leggeri o sei attratta da progetti che affrontano il dolore e la complessità umana?
Non cerco la sofferenza, ma cerco la verità. E purtroppo , o per fortuna, la verità umana è spesso fatta anche di contraddizioni, di crolli, di dolore. Dopo Sabbie Mobili ho ricevuto la proposta di interpretare nuovamente un personaggio drammatico in un lungometraggio girato tra Genova e New York, dove sarò la protagonista: una tossicodipendente che lotta per trovare il suo posto nel mondo. Mi è anche capitato di recitare in una commedia diretta da Maccio Capatonda, al fianco di Antonello Fassari, che oggi non c’è più, e di Alvaro Vitali, scomparso recentemente, che faceva parte dello stesso progetto. È stata un’esperienza bellissima, che ricordo con affetto. Ma resto più vicina, per istinto e per linguaggio, ai personaggi che portano sul corpo e nella voce le crepe della vita. Vera mi ha insegnato che da lì entra la luce. E io voglio restare in quel margine.