Pino Strabioli: “Mi fa paura la dimenticanza”

Pino Strabioli è tra gli intellettuali per eccellenza ed è tra i volti più riconoscibili del piccolo schermo. Il prossimo 6 settembre tornerà ad omaggiare Paolo Poli al Festival di Todi.

Partiamo dal tuo ultimo spettacolo, che ancora porti in giro con successo. Hai detto che volevi tornare un po’ indietro e mettere luce su un periodo in cui la libertà di espressione era la vera protagonista, in contrasto con un presente in cui il politicamente corretto sembra essere l’imperativo. Che cosa ti spaventa di questo imperativo?

L’essere corretti dipende da noi. Io ripeto spessissimo che l’uomo di per sé, nell’accezione di essere umano,  è un atto politico e per cui credo molto nell’educazione, nel rispetto, nell’abbraccio, nella curiosità, nell’incontro con il diverso da noi. E mi sembra che in questo momento stiamo creando delle piccole gabbie. Stiamo chiudendo un po’ gli orizzonti e questo mi spaventa.

Questa cifra nella tua vita artistica, umana e professionale ha fatto la differenza. Ti ha sempre salvato la curiosità?

Sì, soprattutto la voglia di capire e di non giudicare. Mi ha salvato il non giudizio. Le mie curiosità sono sorte veramente da ragazzino. Ero curioso della mia vicina di casa, del macellaio, della mia maestra, ero curioso delle persone, dei personaggi che vedevo apparire dalla televisione, delle voci che ascoltavo alla radio. Sono stato comunque un bambino solitario, ma molto curioso. E questa cosa l’ho coltivata e continuo a coltivarla in maniera forsennata, forse in qualche modo anche esagerata.

Italian theater director, actor, television host Pino Strabioli (1963), Rome, Italy, 1985. (Photo by Dino Ignani/Getty Images)

Accennavi prima alla memoria, no?

Secondo me è fondamentale in questo periodo storico, ma in generale frequentare la memoria, ricordare chi ci ha preceduti, chi ha speso la propria vita in nome di una passione che può essere la scrittura, il teatro, ma anche la medicina. Troppo spesso dimentichiamo esistenze che ci aiuterebbero molto a vivere meglio.

Qualche anno fa al ‘Corriere della Sera’ hai detto: “Alla fine degli anni ‘70 mi feci crescere i capelli, vestivo punk e cominciai a frequentare le comuni e farmi le prime canne.” Che cosa è rimasto di quel ragazzo? 

Qualche fotografia (ride, ndr). Verso i 14 anni ho avuto questa voglia di capire, di cercare in qualche maniera una libertà dei modelli di vita e in quegli anni c’erano. Molte persone lasciavano la città, molti ragazzi che chiamavamo i fricchettoni venivano in provincia, coltivavano la terra, alcuni addirittura pascolavano le pecore, producevano formaggio e ortaggi e c’erano le prime radio libere e anche le prime canne. Però io lì mi son fermato, perché poi dietro questa mia voglia di esplorare e di conoscere c’è sempre stato un freno. Mio padre era un militare, per cui ho ricevuto un’educazione abbastanza rigida. 

Ma di quelle giacche bizzarre che la mamma ti cuciva con le tende, te n’è rimasta qualcuna?

Purtroppo no, anche quelle sono rimaste nelle foto. Compravo queste tende che non costavano nulla e poi tornavo a casa e dicevo a mia madre: “Preparami questa”. Lei si divertiva. Era molto simpatica da questo punto di vista. Avevo anche un completo fatto con una tappezzeria che probabilmente serviva per coprire i divani. 

Italian singer, stage actress Gabriella Ferri (1942- 2004) with Pino Strabioli, Rome, Italy, 1985. (Photo by Dino Ignani/Getty Images)

Nei tuoi ultimi spettacoli hai cercato di condividere ricordi, legati anche alla fortuna di aver incrociato grandi personalità. Tu hai detto che con rigore, impegno, coerenza e passione ci hanno lasciato un’eredità enorme.  Paolo Poli l’hai definito “un uomo con un’intelligenza feroce”.

Era supportato da una cultura immensa che non ti faceva mai pesare la cultura. Era feroce nell’arrivarti addosso col teatro e con la sua visione della vita.

Di lui hai detto che poche cose non lo annoiavano. Quando perdeva la pazienza sospirava: “Solo Dante mi capisce”. Pino Strabioli chi lo capisce, invece?

Lui davvero Dante lo ripeteva ad occhi chiusi. Lo sapeva a memoria e lo capiva. Io amo Flaubert, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, ma non riesco ad incontrarle, non riesco a stare con loro e non posso dire che mi capiscano. Alla fine mi capisce la gente. Io vedo le persone che mi seguono in televisione, quando mi fermano e mi ringraziano.

ROME, ITALY – OCTOBER 28: Pino Strabioli attends a red carpet for the movie “Via Sicilia 57/59. Giorgio Albertazzi. Il Teatro E’ Vita” during the 18th Rome Film Festival at Auditorium Parco Della Musica on October 28, 2023 in Rome, Italy. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

Parlando di Franca Valeri hai raccontato che una volta quando le hai chiesto: “Come stai?”. Lei rispose: “Sto aggrappata alla vita”. E tu hai detto: “È stato un mio errore ribattere: “Franca, ma tu sei eterna”. Perché col tempo pensi che sia stato un errore?

Perché la vita è la vita e perché la morte è la morte. Amava talmente la vita che sono stato io a dirle: “Ma tu sei eterna”. Certo, è eterna nel nostro pensiero, nell’immaginario delle persone che l’hanno amata e che l’hanno seguita. Ma chi ama profondamente la vita non ha voglia di lasciarla.

Nell’ultimo spettacolo racconti le colazioni da Valentina Cortese, i pomeriggi in compagnia di Dario Fo, le passeggiate romane di Gabriella Ferri e tu hai sottolineato: “Provo a non accettare l’imperante invito alla dimenticanza”. Che cosa ti spaventa della dimenticanza? 

Ma è quello che ho detto in partenza: la dimenticanza della storia. Noi tendiamo a dimenticare la storia dei piccoli e dei grandi. Ognuno di noi, diceva Dario Fo, ha una storia da raccontare; non importa quale sia stato il suo ruolo nel passaggio dell’esistenza. La dimenticanza procura le guerre e le discriminazioni. Nel mio caso, facendo questo mestiere, coltivo la memoria degli attori. 

Italian theater director, actor, TV host and radio host Pino Strabioli attends the 2025/2026 Presentation Photocall of Palinsesti Rai. Naples (Italy), June 27th, 2025 (Photo by Rocco Spaziani/Archivio Spaziani/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Quando ti hanno chiesto se preghi, hai risposto: “Entro nelle chiese, non so perché. È come se fossi sulle tracce di qualcosa che non so”. L’atto della preghiera nel senso più ampio, per te significa mettersi in ascolto di qualcuno o  chiedere qualcosa a qualcuno?

Ma per come la penso io, significa mettersi in ascolto. Chiediamo di guarire se abbiamo una malattia, chiediamo di farci innamorare. Ma Gesù non è un cartomante. In chiesa ci entrava mia madre; quando ero con Paolo mi faceva entrare in tutte le chiese e me le raccontava in maniera meravigliosa. Abito in centro a Roma e c’è un parroco molto simpatico che una volta a Pasqua mi invitò ad entrare in chiesa e io per giocare risposi chiedendo se Gesù c’era. Dalla quella volta, ogni volta che lo vedo, gli dico: “Ma oggi c’è Gesù?”. E lui sorride e mi risponde: “Vieni, vieni che oggi c’è”. 

Di Simone Lemmo, tratta da Vero (settimanale)

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