Valeria Rossi: “Sole, Cuore, Amore” e poi ho scelto di diventare una terapeuta

Scrivono: “Una canzone impossibile da dimenticare. Ma dietro Tre parole c’era una storia più complessa, una ragazza arrivata al successo dopo anni di studio e attesa”. Tutto giusto?

Sì, ero già grande e avevo iniziato come autrice con un contratto esclusivo con Sony. Nel frattempo mi preparavo anche tecnicamente con lo studio della voce e l’ho fatto con tantissimi maestri.

So che il termine tormentone lo detesti. “Quello è un termine usato dai giornalisti e una volta che si crea l’etichetta purtroppo non la togli più. Preferisco definirlo un allietone”. Come mai?

Essendo una studiosa della lingua, a me sembra un po’ retrivo. Quel termine indica qualcosa che ti sta tormentando; anche se so che si dice in maniera romantica, nel senso tormento-estasi. L’ho rivalutata da poco, ecco.

Umberto Eco affermò che in Tre Parole vedeva diversi piani di lettura. “Ѐ stato trasversale, non aveva un linguaggio univoco, era ambiguo”. Aveva ragione?

A me lo disse Stefano Bartezzaghi. Credo che uno dei punti forti di quella canzone fosse proprio questo: l’ambiguità. Ma non con un’accezione negativa, era un’ambiguità che poteva far risuonare in chi l’ascoltava la propria storia personale. Era facile riconoscersi sostanzialmente. 

Ho scoperto che “sole, cuore, amore” non volevi cantarlo perché troppo positive come parole rispetto al tuo animo. Che donna sei?

Sicuramente sono parole che per me hanno senso non in astratto, ma solo quando sono incarnate. Il sole è la luce, l’amore è la comunanza, il cuore è la vibrazione, una certa qualità di vibrazione. Sono cose a cui bisogna dar corpo, altrimenti rimangono parole belle. Comunque, adesso le apprezzo di più, ma non le ho scritte .

Da bambina hai lasciato la Libia dopo il colpo di Stato di Gheddafi. Hai detto: «La nostra fu una fuga. I miei erano nati in Libia e nella mia vita gli intrecci con l’Africa sono molto fitti». In che modo l’Africa é tornata col tempo?

Sono tornata all’Università e ho fatto un corso di studi in antropologia, così da acquisire uno sguardo critico in senso aperto, per cui è diventato interessante il diverso, la differenza, la cultura, la tradizione diversa da quella tua. I miei genitori sono nati in Africa e anch’io. Volente o nolente, ho assorbito molte tradizioni anche semplicemente culinarie. Qui c’è la lasagna, ma esiste anche il tajine, e non sono piatti che si sostituiscono necessariamente; ecco questa è una cosa che direi ai nazionalisti: tutto si somma. L’uno non toglie o sostituisce l’altro.

La tua famiglia che ruolo ha avuto quando è arrivato un successo così impattante?

(Qualche istante di silenzio, ndr). E’ stata un’arma a doppio taglio. I miei facevano tutt’altro: mia mamma era una tecnica di laboratorio, mio padre un imprenditore. Non posso dire che abbiano avuto un ruolo attivo. (Silenzio, ndr). Preferisco andare avanti…

Hai detto: “Il successo ti espone, ma non ti spiega. Ti illumina, ma non sempre ti scalda. Ti porta vicino a tantissime persone, ma può anche renderti molto sola»”. Cosa non ha spiegato di te il successo?

Sono andata avanti perché sentivo il bisogno di comprendere proprio questo tipo di meccanismi. Ho intrapreso un percorso di studi anche diverso. 

Infatti, sei diventata anche una terapeuta e aiuti le persone a riscoprire le proprie risorse interiori. Le tue le hai scoperte?

Sì, le ho scoperte ma questo non vuol dire che sia definitivo; perché poi ti scopri e ti verifichi nella relazione con te e con l’altro, per cui è sempre un campo di ricerca e lo sarà sempre fino all’ultimo giorno della nostra vita e questo rende tutto più interessante. Ho scoperto delle sicurezze che prima non avevo e che sono degli ancoraggi.

Sei tornata con un nuovo singolo dal titolo “Rivedendo te”. Che Valeria c’è lì?

E’ un brano che condivido con SSD e Vima. Con loro c’è un’intesa e il fatto di dover compartire questa creazione l’ho vissuto con estrema fiducia. Il singolo non rappresenta necessariamente me, ma si percepisce davvero l’identità di noi tre da diversi punti di vista, quindi è proprio bello perché viene fuori tutto questo.

Cosa ti spaventa oggi?

L’alto grado di associazione. Oggi lavoro proprio sull’integrazione di tutte le parti di una persona. Perché quando  si pensa una cosa e poi se ne fa un’altra può diventare un pericolo. 

Hai più avuto dalla vita o dato?

Credo che tutto sia su un livello di scambio, per cui non c’è determinazione o possibilità di errore; perché se ti metti in una posizione di circolarità, puoi solo lasciarti attraversare.

Se dovessi riassumere la nostra chiacchierata con una parola, quale sarebbe e perché?

Scambio. L’ho vissuta molto piacevolmente. Ho sentito che anche tu sei una persona che si lascia attraversare. Questa cosa la apprezzo molto, la sento vicina e mi dà molto valore. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.