È un anno importante per te. Da quel 2006, la carriera non si è più fermata. Se ti riguardi indietro, come li vedi questi vent’anni?
Mi rendo conto che gran parte di quello che è accaduto in questi vent’anni non l’avrei mai potuto immaginare. È stato un percorso che mi ha sorpreso continuamente. Mi guardo indietro con gratitudine, ma continuo a guardare avanti. Credo che un artista debba rimanere in movimento, continuare a mettersi in discussione e a sorprendere prima di tutto sé stesso. È questo che mi tiene vivo, artisticamente e umanamente. Poi sono arrivati i primi segnali: l’attenzione all’estero, la presenza nelle classifiche della BBC, il sostegno delle radio. Più che a una carriera, oggi penso a un viaggio fatto di incontri, crescita e tante opportunità.
Adesso che momento è?
Sto bene, dopo tanti anni di carriera sento di avere ancora la stessa curiosità di quando ho iniziato, ma oggi la vivo con una serenità diversa. Direi che è un momento di grande consapevolezza. Non ho più l’ansia di dimostrare qualcosa: mi interessa fare musica che mi rappresenti, senza rincorrere le mode. È un periodo molto intenso, tra il nuovo disco, il tour e un anniversario importante come i vent’anni di This Is What You Are. E ho dei figli e una moglie meravigliosi.
Ti abbiamo visto al Festival di Sanremo ospite di Sayf con Alex Britti. Cosa ti accomuna e cosa ti differenzia da loro?
Ci accomuna innanzitutto l’amore sincero per la musica. Alex è un musicista straordinario, uno che parla attraverso la chitarra con una naturalezza incredibile; Sayf, invece, rappresenta una generazione nuova, ma con una sensibilità che mi ha colpito subito. Ha energia, educazione musicale e soprattutto una grande voglia di raccontare qualcosa. Quello che ci differenzia è semplicemente il percorso. Io porto con me un bagaglio legato al soul, al jazz, alla musica nera americana, costruito in tanti anni di esperienza. Sayf ha un linguaggio più contemporaneo, mentre Alex ha un’identità blues che è unica nel panorama italiano. Ma è proprio questo il bello: quando mondi differenti si incontrano con rispetto, non si annullano, si arricchiscono.
Ti piacerebbe tornare all’Ariston da solo questa volta?
Perché no, potrebbe essere un buon finale dei miei festeggiamenti del ventennale.

La Sicilia è un tuo tratto distintivo. Tua nonna era cantante radiofonica, tuo padre un cantautore. Destino scritto?
Musicalmente le mie radici sono profondamente siciliane, e non è solo un modo di dire: la musica è sempre stata presente nella mia famiglia. Mia nonna era una cantante radiofonica ai tempi dell’EIAR, mentre mio padre è stato un cantautore che negli anni Settanta ha avuto un importante percorso artistico. Successivamente incontrò un musicista palermitano con cui nacque una collaborazione molto significativa, dalla quale arrivò anche Tu, Malatìa, un brano in dialetto siciliano che vinse il Festival della canzone siciliana e che oggi è diventato un simbolo della città di Catania.
Hai detto che molte persone ti hanno raccontato che la tua voce ha cambiato qualcosa nelle loro vite. Per te è stata più croce o delizia?
Forse anche per il mio carattere abbastanza riservato, ho impiegato un po’ di tempo a rendermi conto delle possibilità della mia voce. Fino ai 26 anni non avevo mai realmente pensato di avere un registro da basso. La scoperta è arrivata quasi per caso. Mi trovavo su una nave da crociera e, a causa di un problema con l’aria condizionata, ebbi un forte mal di gola che mi rese difficili le note più alte. Per riuscire comunque a portare avanti la serata, dovetti adattare il repertorio abbassandolo di un’ottava. Fu proprio in quel momento che mi accorsi di trovarmi perfettamente a mio agio in quella tonalità: quella che credevo una difficoltà si è rivelata una delle caratteristiche più importanti della mia identità artistica.
Che rapporto hai con le critiche?
Credo che le critiche vadano accettate, perché fanno parte del percorso di ogni persona e, soprattutto, di ogni artista. Il confronto è necessario e può diventare anche un’occasione di crescita. Diverso è quando si incontra la cattiveria gratuita o l’accanimento: in quei casi bisogna avere la capacità di trasformare ciò che arriva in qualcosa di positivo.
Mi piace pensare che quei “sassi”, come nella mia canzone, possano diventare materiale per costruire qualcosa di buono: una casa in pietra dove abitare, trovare serenità e magari condividere benessere con gli altri. Quando ho parlato della partecipazione di Sal Da Vinci all’Eurovision, qualcuno ha interpretato le mie parole come una critica nei suoi confronti, quando in realtà stavo dicendo tutt’altro. Volevo semplicemente sottolineare che Sal rappresenta con orgoglio una certa tradizione musicale italiana, quella che all’estero è immediatamente riconoscibile e amata.
Hai detto che la libertà sta nel non rimanere legati alla tristezza. Sei un uomo libero?
Assolutamente. Credo che la vera libertà stia nel non rimanere intrappolati nel peso della tristezza, nel non lasciarsi schiacciare da quel “masso” che può diventare un limite. Viviamo in un mondo spesso segnato da conflitti e da dinamiche dove sembra mancare sempre più il senso dell’amore e della condivisione. Per me essere è la capacità di elevarsi sopra queste dinamiche.

C’è un brano che si intitola “Il figlio”. Come si fa a essere padre di dieci figli?
Non esiste un manuale. Si cerca di esserci, di ascoltare, di amare senza pretendere la perfezione. Ogni figlio è un universo diverso e ti insegna qualcosa. Essere padre è probabilmente il ruolo più impegnativo della mia vita, ma anche quello che mi rende più orgoglioso. I miei hanno età, caratteri ed esigenze molto differenti, ogni Natale ci riuniamo tutti insieme.
Il figlio, però, nasce da un lato doloroso della genitorialità. Parla di quei casi in cui, dopo una separazione, un figlio rischia di diventare il terreno di scontro tra due adulti. È una situazione che purtroppo conosco anche personalmente.
Hai detto che vorresti insegnare loro la coerenza. Tu lo sei sempre stato?
È un percorso tutt’altro che semplice, perché la coerenza è qualcosa che va costruita ogni giorno e può essere messa in discussione facilmente. Può capitare che qualcuno ti dica: “Ma qualche anno fa hai fatto l’opposto”. Ed è vero, perché siamo esseri in continua evoluzione.
La cosa importante è avere la consapevolezza di voler migliorare, di lavorare costantemente su sé stessi e cercare di rendere sempre più vicino ciò che facciamo a ciò in cui crediamo.
Tornando alla musica: cosa dobbiamo aspettarci dal tour?
Secondo me il pubblico sarà felice di ascoltare anche le nuove canzoni in italiano. In linea di massima ho sempre inserito brani inediti in italiano e ho sempre inserito “Prendila così” di Battisti. Fa piacere anche agli stranieri sentirti cantare in italiano, la nostra musica è sempre apprezzata.
Hai detto che uno dei tuoi sogni è riuscire ad andare in pensione. Mario Biondi in pensione che farebbe?
Credo che quella della pensione sia più una provocazione che un vero progetto! Per chi fa questo mestiere è difficile immaginare di smettere davvero, la musica è un modo di vivere. Se un giorno riuscissi a rallentare, mi piacerebbe dedicare ancora più tempo alla mia famiglia, leggere, viaggiare (cosa che ora faccio continuamente ma sempre con un palco che mi aspetta la sera). Ma la verità è che mi conosco: anche se andassi “in pensione”, finirei comunque in uno studio di registrazione.