MustRow: nel suo primo album “Sugar Baby” tutte le sfumature del rock (intervista)

Il 26 novembre è uscito Sugar Baby, il primo album di MustRow, anticipato dai due singoli Let it fall e Stand the Line.

Si è concretizzato, così, un lavoro interamente autoprodotto e realizzato da lui come musicista, compositore e arrangiatore che ha richiesto tempo per vedere la luce ma che certamente ha ripagato l’attesa, grazie alla qualità e alla profondità dei brani proposti.
Un album che racchiude le molteplici personalità di MustRow (il cui vero nome è Fabio Garzia) e che, per questo motivo, non si può definire in un solo genere musicale.

Come nasce il tuo pseudonimo MustRow?

Vorrei rispondere come fa un mio amico cantautore che dice sempre che è troppo lunga da spiegare! In realtà c’è poco mistero dietro la scelta di questo nome. I miei amici mi hanno sempre soprannominato “Mastro”. Un giorno una mia amica americana quando gli dissi il mio soprannome mi rispose: ”Must Row?”. E dopo una serie di botta e risposta alla Totó e Peppino, tipo: ”Mastro?”, “yeah must Row!”, passammo a carta e penna. Scrisse “I must row” e me lo sentii subito addosso perché significa letteralmente “devo remare”: riassume il percorso che ogni artista deve fare agli inizi per uscire fuori. Nella mia storia musicale è sempre stato così, non è mai stato facile e continuo a vivere di sogni e porte socchiuse da cui poter sbirciare ogni tanto ma non troppo.

Hai deciso di produrre autonomamente il tuo nuovo album per avere più libertà ed indipendenza?

Questo album è nato con un’idea ben precisa. Quando a 14 anni ho iniziato a suonare la chitarra, l’ho fatto per amore della musica, perché ero innamorato di grandi artisti e volevo avere una mia voce che mi permettesse di essere me stesso al 100% . Sono sempre stato il “sovversivo” della classe al liceo, quello timido che sedeva da solo. La musica era l’unica cosa che mi faceva stare veramente bene. Quando iniziai a lavorare con la musica, come “turnista”, iniziai a perdere quella spontaneità, quella voce che non ti faceva dormire la notte; scrivevo musica per compiacere la corrente musicale ‘mainstream’. Poi mi sono reso conto che non ero più me stesso e ho deciso di fare un album senza compromessi, con quello che più mi rappresenta.
Terminato il disco ho conosciuto un editore, Thaurus Publishing, che ha creduto in me e ha finanziato il video di “Stand the Line” e il mix e mastering del brano con Marco Schietroma, lasciandomi ampia libertà. Per il resto il disco è veramente autoprodotto e arrangiato con l’aiuto di alcuni amici che mi seguono da anni che sono: Gabriele Greco (basso), Daniele Massidda (batteria) e Andrea Sedran che ha fatto i mastering di tutti gli altri brani

C’è un ‘fil rouge’ che collega i brani che compongono il cd?

A livello di storia questo album è diviso in due parti. La prima racconta una fase di vita che è durata parecchi anni, che mi ha portato a farmi allontanare da amici e affetti, una fase veramente autodistruttiva; on lo dico per fare il rocker ma credo di aver abbreviato notevolmente l’autonomia del mio fegato di almeno una decina di anni… L’altra parte è una rinascita, è quella in cui la mia vita è cambiata e ho iniziato a vedere che poteva essere tutto diverso, migliore, e la canzone che rappresenta di più questa fase è sicuramente “Little Girl”.

Come mai preferisci cantare in lingua inglese?

Credo che le canzoni non si decidano: sono un flusso spontaneo e scelgono da sole la loro lingua. Da quando scrivo musica ho scritto sia in italiano che in inglese, ovviamente, ma ho cominciato con l’inglese perché essendo stato un piccolo “metallaro/grungettaro” sono cresciuto con la musica anglofona e quindi i miei primi approcci sono stati quelli di imitare i miei idoli, dai Metallica agli Iron Maiden, passando per i Pixies e i Nirvana. Il mio papà ascoltava Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd, quindi a casa sua sentivo solo musica in inglese; mia madre, invece, amava Guccini, De Andrè e Baglioni, quindi ho iniziato ad apprezzare anche la musica italiana. Questo disco è iniziato 4 anni fa con la scrittura di “Let it Fall”, una canzone a cui sono particolarmente legato. Il testo, in inglese, è nato da solo insieme alla musica e quindi sono andato avanti così senza pensarci troppo.

mustrowQuali cantautori, “vecchi” e nuovi, reputi i più importanti nella tua vita?

Non ho mai capito la differenza che intercorre tra cantautore e ‘songwriter’, quindi cercherò di rispondere nel miglior modo possibile (ride n.d.r.). In realtà ho l’impressione che nel nostro Paese per chi ascolta, gli americani e inglesi siano cantanti mentre quelli italiani cantautori.
Ma Jimi Hendrix era un cantautore, così come Bob Dylan e Bruce Springsteen. Secondo me anche un musicista è un cantautore, perché racconta le storie anche solo con la musica. Per me è un cantautore chi crea qualcosa che emoziona e in cui ti riconosci, a prescindere dalla sua forma di comunicazione. Sono profondamente legato a Ray Charles: la sua storia è una cosa incredibile, la sua voce non è riconducibile a nessun paragone, i suoi testi raccontano storie che in questa epoca possiamo solo immaginare. Per quanto riguarda la scena musicale moderna trovo tantissima difficoltà ad appassionarmi come da ragazzino; non che non ci siano artisti che non valga la pena seguire ma sono veramente pochi perché ormai nessuno sperimenta, nessuno rischia. Ho l’impressione che tutti seguano quello che pensano sia il modo giusto per conquistare le masse, pochi artisti mi danno l’impressione di fare veramente quello che vorrebbero. Ecco, secondo me Daniele Silvestri è uno di quelli che veramente scrive e canta se stesso e rischia. Lui mi piace molto, sia a livello di testi che di musica; sono andato a vederlo dal vivo almeno tre volte.

Un disco che ti ha cambiato la vita?

Ballbreaker” degli AC/DC: da lì è iniziato tutto. Ho telefonato a papà e gli ho detto: ”Papà! Mi insegni a suonare la chitarra come Angus Young?”. Sì, papà suona la chitarra.

Secondo te i talent show possono essere realmente d’aiuto?

Sapevo che sarebbe arrivata la domanda sui talent ma non sono preparato, anche se ho partecipato ad un talent qualche anno fa (The Voice 3 n.d.r.). L’unica cosa che posso dire è che se me lo riproponessero stavolta direi di no, perché quell’ambiente non fa per me.

All’uscita del cd seguirà un tour per presentarlo al pubblico?

Per ora ho un po’ di appuntanti interessanti ma non ho ancora programmato un vero e proprio tour. Potete venire a sentirmi al Monk di Roma il prossimo 22 dicembre: ho un sacco di cd da vendere!

(photo credit Laura Sbarbori)

Ascolta Sugar Baby di MustRow:

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